LETIZIA MINOTTI E MARCO FABBRI
"Opere"
A CURA DI NICOLA SCAGLIONE
Il silenzio si impone di fronte alle opere di Letizia Minotti,
come dei Totem parlanti trasformano oggetti pregni di significati in presenze con cui mettersi a confronto.
I suoi disegni raccontano storie di relazioni tra gli individui e la società, le sue sculture diventano obelischi ermafroditi nella loro verticalità e le loro rotondità, la sua collana è simbolo di consuetudini sociali estranee al loro habitat.
La presenza della donna è prevalente in un mondo maschile.
Le opere di Marco Fabbri appartengono al linguaggio, alla scrittura, alla grafia.
Si declinano in disegni, bassorilievi e sculture, assumono presenze architettoniche e sacre.
Suggeriscono percorsi differenti, possibilità differenti.
Riguardano i rapporti sociali in un linguaggio universale, diventano musica.
Presentare alla 27AD questi 2 artisti è per me un onore, per l’affetto che mi ha sempre legato a loro e per la qualità indiscutibile delle loro opere.
Ringrazio Cinzia Benigni per il suo prezioso ed intelligente aiuto.
ATTILIO PIZZIGONI
La chiave delle opere di Marco fabbri potrebbe sembrare quella della surrealtà, intravista e interpretata come una specie di labirinto onirico, ritrovata dentro la decomposizione formale di un oggetto usuale come una scarpa. La costante surreale e dada, elaborata anche attraverso il riferimento ad elementi cubisti e pop, sembrerebbe allora definire i termini della sua poetica, anche per quella forza esigenza di chiudere l’immagine nei limiti di una cornice, di un perimetro enfatizzato e vincolante.
Non a caso Fabbri usava inserire le sue opere in profili dalle modanature ottocentesche o, più spesso, chiuderle in scatola, in vetrina, in cassetti ed in contenitori tridimensionali. Tuttavia, proprio in queste ultime opere esposte, Fabbri sembra voler superare i limiti metafisici di quelle “ cornici”; anche i riferimenti all’oggetto quotidiano sono caduti, ed il suo gioco formale si esercita su un semplice quadrato di legno: una superficie piana che egli frammenta con l’uso di cerniere mobili.
Nascono così nuove immagini, libere, sorrette dalla fantasia di un gioco che le avvicina di volta in volta a plastici di cattedrali impossibili, ad elementi di una costruzione unica ed imprevedibile, a rompicapi di figure geometriche collegate le une alle altre in un disordine apparentemente casuale, ma che potrebbero essere anche pareti dell’ossessione e dell’incubo, intricate presenze di ricordi, o motivi ornamentali fastosi e barocchi.
Attilio Pizzigoni
Tratto da “Bergamo-Oggi” giovedì 17 febbraio 1983, pag.8
TRA SEGNO E ALFABETO – DI SEM GALIMBERTI
Le opere di Marco Fabbri hanno una patina di atemporalità e il fascino di una atmosfera sacra: sembrano subire il fascino delle scritture rituali di antichi popoli o dei codici copti, ma non è che un’attenzione iniziale, un punto di partenza, un’attrazione irresistibile che spinge la mano e la mente a vergare nuovi segni sulla pagina.
E da lì partono le preghiere laiche e le scansioni musicali che sono sprovviste di significati concettuali, del tutto prive di ogni riferimento a figurazioni naturalistiche preesistenti. I tazebao, i totem, i fogli verticali hanno un loro suono, una loro musicalità nata da impulsi gestuali in cui il rigore matematico si sposa con la gioia gratuita del creare.
Il fascino delle opere di Marco Fabbri viene anche dal trattamento dei materiali. Strumenti semplicissimi come la carta da pacco, la carta emulsionata o i ritagli minuti di falegnameria si caricano di polveri antiche, di velature, di macchie e trasparenza.
Gli inchiostri si fanno patina bruna e imbevono la carta, per restituire i segni tracciati con la cera in movimenti ritmici e satellitari.
Il ruvido e il liscio, il lucido e l’opaco giocano tra le campiture e i segni. Le carte diventano preziose come incunaboli da conservare nelle biblioteche e nello stesso tempo emanano il sapore dell’oggi, del segno tracciato in riva al mare, della scacchiera inquietante di un gioco senza regole note.
LETIZIA MINOTTI
raccontare un percorso con le immagini mi è servito a scoprire
che non c’è una meta, che ogni passo, è, invece, una tappa.
un andare
cioè costruire tra sé e il luogo un paesaggio
variando le ragioni o, meglio, le emozioni che man mano il
percorso stesso mi suggerisce, variano i “paesaggi”
varia il mondo e si spiega
trovando nuovi segni
sono partita da segni assolutamente elementari – erbe
quindi verticali
subito mi è apparso
si è configurato il “sacro” cioè simbolo
tanto più restavo attaccata a terra (radici) anche figurativamente
tanto più era elementare la tecnica espressiva
tanto poi nell’immagine prodotta vedevo un simbolo
cioè una comunicazione
cioè un nuovo discorso aperto ad altri percorsi
e c’era leggerezza e velocità
i sistemi si componevano in non sistemi
le tappe divenivano a volte vere e proprie stazioni e si
allungavano ed allargavano: cerchi
cerchi ben segnati e protetti spazi
spazi = orizzontali
contemplazione = silenzi rifornimento di “…
ho allestito i segni come sono arrivati: uno dopo l’altro
in fila
tra loro ( anche solo per motivi “tecnici”) si creavano degli scarti
comparivano le distanze tra l’immaginato e il realizzato
sempre a terra: l’orizzontale
altri luoghi
da percorrere allora sopra e sotto
e c’era morbidezza ed esplosione
quindi sotto terra sopra terra e poi verticale
ho cercato di raccontare cosa avviene
adesso appoggio le spalle al muro
1992 (Gli Erbari) Studi per Santi
INTERVISTA A LETIZIA MINOTTI E’ importante il corpo nel tuo lavoro?
Sto lavorando in arte dal 1994, prima di allora mi sono occupata di abiti per parecchio tempo. Questa esperienza rientra nel lavoro attuale che utilizza varie forme espressive, non come fatto programmatico, ma come relazione con ciò che mi sta attorno. Il mio corpo è sempre stato il modello su cui ho costruito i miei abiti, i miei gesti, il mio modo di camminare, sono la ragione dei miei abiti. Abiti femminili, ma non solo, allora opero una specie di traduzione.
Puoi descrivere i lavori in cui hai messo in gioco di più il corpo?
La mia prima mostra nel 1995 vedeva tutti gli abiti del mio “armadio” appesi al soffitto della galleria, da ognuno di loro pendeva un cartellino su cui avevo scritto la data e l’occasione in cui l’avevo indossato.
Un diario, la mia storia.
Nel 1996 li ho esposti in due negozi a Milano, sul cartellino di ognuno descrivevo; il tessuto, il taglio, la tintura, come io li avevo costruiti, la loro storia, una cronaca nel tempo. Operazione per operazione.
In ottobre, periodo della moda, li ho esposti alla Galleria Milano e li ho fatti indossare al pubblico invitato. Ho usato il corpo degli altri ( persone non scelte e diverse tra loro, donne-uomini, giovani o meno giovani). Queste persone hanno sfilato per la città e sono arrivate al P.A.C. (Padiglione Arte Contemporanea). Sono entrate e si sono esposte vestite con i miei abiti, tra le opere della collezione Castelli in mostra nel padiglione.
Il progetto del 1997, già in atto, prevede l’utilizzo del “corpo” di persone, donne, che sono critiche e curatrici d’arte. Chiedo loro di scegliere un abito, di indossarlo e di farsi fotografare da me, dichiarando poi il perché della propria scelta. Ne farò un giornale dal titolo CRITICHE. Le metamorfosi del mio corpo ( grasso-magro) o del mio comportamento intervengono nell’opera e di conseguenza su chi la indossa.
Ancora il corpo degli altri in una opera dal titolo UOMINI. L’opera – evento (marzo 1997) chiedeva al pubblico maschile invitato di utilizzare un locale di Milano alle 10 di sera di sabato per tutta la notte. Ho chiesto loro di occupare fisicamente, quindi con il proprio corpo un luogo, le persone intervenute, anche donne che nel titolo non hanno riscontrato una discriminante, sono state filmate, ora il film UOMINI insieme al film LA SFILATA AL P.A.C. e un terzo a cui sto lavorando, costituiranno un’unica opera : AUTORITRATTI.
Ti è successo qualcosa di particolare durante una mostra?
Il lavoro fin qui descritto e realizzato con immagini (io-gli altri) diviene testo quando utilizzo la parola scritta o detta, parte assolutamente determinante in tutto il mio lavoro. La stessa ricerca ( le mie parole-le parole degli altri) sono io a trovarle e a farle usare agli altri. In una mostra del 1996, le parole sono diventate storie, raccontate da persone cui io ho insegnato come recitarle (ancora il corpo-la voce-i gesti d’altri). La stessa mostra esponeva grandi tele lunghe e strette su cui erano dipinti visi che parlano inquadrati dal telaio che non li teneva essendo molto più piccolo. In mostra avevo lasciato anche l’abito che indossavo mentre li dipingevo, a lavoro finito esso era del colore e delle materie utilizzate, una specie di resoconto delle operazioni e dei gesti che avevo compiuto. Un’opera è la somma di tanti gesti. I miei gesti.
La mostra nella quale ti sei riconosciuta di più e perché?
Non mi riconosco di più o meno in una mostra, una mostra è un momento ( che diventa pubblico = di altri) del mio lavoro, ma tutto il mio lavoro è la relazione tra me e gli altri.
Cosa esprime il corpo femminile o maschile in ambito artistico?
Il corpo esprime, ovviamente, identità e relazione spaziale con il mondo. Il corpo non è femminile o maschile, in questo rapporto, è il proprio corpo, cioè il proprio modo di stare dentro al mondo. Ogni volta che mi metto in relazione con qualcosa o qualcuno è il corpo che risponde ai miei pensieri ( il mio corpo) che si esprime, non un corpo femminile o maschile o altro, il mio con la sua esperienza. Il corpo è identità, l’identità produce pensieri. Questa relazione sono io e sono gli altri. Il corpo mio o d’altri è qualcosa che c’è e che trovo dentro al mondo. Il corpo come espressione di identità non prevede categorie o classificazioni di nessun tipo (sesso –età - luoghi di appartenenza ecc.) ; è esso stesso modello ed esperienza di sé – per ognuno.
Com’è il luogo in cui lavori e cosa significa per te?
Lavoro in uno studio grande assolutamente vuoto e dipinto di bianco. Gli ambienti sono dislocati su tre piani, il che mi permette di variare totalmente la relazione con lo spazio a seconda del lavoro a cui mi dedico. Allora il luogo utilizzato si trasforma con l’opera ( per accumulo, per sottrazione, o per altre svariate ragioni) e vive per tutto il tempo dell’opera in simbiosi con questa, a volte è impossibile prescindere. Questo rapporto è calcolato. Quando l’opera è terminata l’ambiente si disfa, cioè torna vuoto e bianco. Quando ho lavorato agli abiti questi pendevano dal soffitto fino ad impedire l’utilizzo delle pareti, in ogni ciclo di lavorazione: assemblaggio, cucitura, tintura o decolorazione. Una serie di disegni a cui lavoro a terra ha lasciato volutamente tracce e forme sul pavimento che hanno poi interferito con la prosecuzione dell’opera determinando un nuovo lavoro intitolato GESTI. Io non esco mai dallo studio. Sto nello studio vuoto, questo mi aiuta a semplificare, cioè a rendere semplice il mio pensare le cose che trovo: in un concessionario di Milano ho esposto la mia R4 con a bordo Giorgio Verzotti (Novembre ‘96), a Torino ho esposto, dopo averli tinti di blu, mille disegni di altre persone (marzo ’97), le COSE mie e d’altri.
Intervista di Laura Guglielmi a Letizia Minotti per “Repubblica delle Donne”, giugno ’97.